LEGA DEL CANE - SEZIONE DI CARBONIA

Il dramma dei capodogli spiaggiati in Sicilia

Sono diversi giorni che si leggono o si sentono notizie in merito alla moria di capodogli in Sicilia. Al 21 Maggio, appena una settimana fa, si parlava di sei esemplari, trovati morti sulle spiagge italiane. Ma nell’ultima settimana c’è stato un progressivo e drastico aumento dei casi. Nell’ultima settimana sono stati cinque i casi di capodogli ritrovati senza vita sulle spiagge o al largo. Ma cosa sta succedendo?

I cetacei nel Mediterraneo

Prendendo in considerazione tutta la macrocategoria dei cetacei non sembra che la moria dei capodogli sia così grave. Secondo i dati dei ricercatori del Dipartimento di Biomedicina Comparata e Alimentazione dell’Università degli Studi di Padova, infatti, sulle spiagge italiane si spiaggiano ogni anno circa 150/160 cetacei, tra cui i capodogli.

Lo studio afferma che “per un 30% dei soggetti le cause di morte sono il traffico marittimo e la pesca”, ma aumentano i casi il cui imputato è la plastica in mare. Nel 33% dei cetacei spiaggiati negli ultimi 10 anni sono stati trovati frammenti di plastica nello stomaco. Mentre nel 4% dei casi erano avvolti all’interno di reti da pesca abbandonate.

I capodogli spiaggiati

L’ultimo capodoglio ritrovato non è stato trovato in spiaggia, ma al largo dell’Isola di Stromboli, nelle isole Eolie. Si tratta di un esemplare di 6 metri già in stato di decomposizione. Gli esperti suggeriscono che la moria possa essere causata da un’infezione, ma nemmeno l’emergenza plastica è da escludere. Anche se non tutti gli esemplari contenevano una quantità sufficiente di plastica da giustificarne la morte.

Questo è il quinto nel giro di una settimana. Il primo ritrovamento risale al 17 Maggio scorso a Cefalù, il secondo a Capo Calavà, in provincia di Messina. La terza carcassa è stata ritrovata a est di Palermo e una quarta, infine, al largo di Favignana, nell’arcipelago delle isole Egadi.

Moria di capodogli
Capodogli spiaggiati in Sicilia

Ma questi cinque esemplari non sono gli unici ritrovamenti del 2019. A fine Marzo, a Porto Cervo era stata ritrovata una femmina incinta, con 22 chili di plastica nello stomaco.

Nell’esemplare ritrovata vicino a Palermo tra la plastica ingerita erano stati ritrovati anche pezzi di plastica dura e un pezzo di appendiabiti. Così come nell’esemplare ritrovato a Cefalù, anch’esso pieno di plastica, tra buste, sacchi e reti da pesca.

La plastica nel Mediterraneo

L’emergenza plastica nel Mediterraneo è un problema sempre più evidente e allarmante. Greenpeace e The Blue Dream Project lanciano così il tour Mayday Sos Plastica, per monitorare e documentare l’inquinamento da plastica nel Mar Tirreno Centrale. Proprio in questa porzione di mare, infatti, vi è il Santuario dei cetacei Pelagos, 87.500 km2 di biodiversità, dove vivono balenottere, capodogli, zifi, globicefali, grampi grigi, tursiopi, delfini, stenelle striate e foche monache, nonché più di 8.500 specie microscopiche che rappresentano tra il 4% e il 18% di tutte le specie marine al mondo.

Plastica in mare
Emergenza plastica nel Mediterraneo

L’allarme plastica è sempre più opprimente e occorre mettersi ai ripari. In merito al dramma dei capodogli spiaggiati in Sicilia è intervenuto anche il ministro dell’Ambiente Sergio Costa: “Credo che a questa emergenza l’Italia stia iniziando a rispondere bene con un ventaglio di misure. Tra l’altro il 22 Maggio è la Giornata mondiale della Biodiversità e abbiamo comunicato all’Onu la nostra adesione all’Ipbes, il gruppo internazionale di scienziati sulla biodiversità. La plastica impatta, tra le altre cose, su ben 700 specie marine. Nove uccelli marini su dieci, una tartaruga marina su tre e più della metà delle specie di balene e delfini ingeriscono plastica”.

Gli esperti ancora non si pronunciano a riguardo, anche se ritengono sia molto probabile che la causa delle ultime morie sia dovuta a un’infezione e non alla plastica. Nonostante ciò è allarmante la quantità di plastica ritrovata nello stomaco di questi esemplari, a prescindere dalla causa della loro morte. Speriamo che davvero l’Italia si stia muovendo nella giusta direzione per rimediare e per salvaguardare l’incredibile ecosistema che vive nelle nostre acque.